
Davydenko l’ammazzagrandi. Il ventottenne russo aveva chiuso il 2009 battendo a Londra sia Federer che Nadal e conquistando il Masters. Il suo 2010 si è aperto con un altro titolo (il ventesimo in carriera), a Doha. Nikolay anche in Qatar si è concesso il lusso di mettere ko i primi due giocatori del mondo: in semifinale Federer (64 64) con il quale aveva perso dodici volte di fila prima di Londra, quindi ieri in finale Nadal (06 76 64) dopo aver anche annullato al mancino spagnolo due match point.
Se il titolo londinese in quanto a prestigio vale più di quello conquistato a Doha, va però detto che lo scorso novembre a Londra sia Federer che Nadal non erano al meglio della condizione, soprattutto Rafa. Sicuramente i due erano più in palla in Qatar: ciò accresce i meriti del russo, che sarà un osso duro per tutti agli Australian Open, primo grande appuntamento della stagione al via il 18 gennaio a Melbourne, in cui non è mai andato oltre i quarti di finale. Quest’anno tra i favoriti c’è anche lui, nessun dubbio.
Attualmente numero 6 del ranking mondiale (ma è stato anche numero 3), lo hanno definito in tanti modi: da “operaio specializzato” della racchetta a “stakanovista” del circuito. Tutti a guardarlo quasi con diffidenza: quasi fosse un intruso nell’elite del tennis mondiale. E’ il rendimento costante che ne ha fatto uno dei giocatori più solidi del circuito. Schivo, educato, attento ai particolari, un anti personaggio, praticamente il contrario del vulcanico ed imprevedibile connazionale Marat Safin.
Ottimi fondamentali, un gran diritto e tanta determinazione. “Nel tennis di oggi non serve solo il talento, ma è necessario programmarsi con intelligenza - ha detto più volte - la preparazione fisica e la voglia di vincere sono fondamentali se vuoi ottenere davvero risultati importanti”.
Qualità che non gli mancano e sulle quali ha lavorato anche grazie all’aiuto del fratello maggiore Eduard, ex giocatore, che gli fa da coach ed è sempre al suo fianco. E’ per seguire il suo esempio che Nikolay prese una racchetta in mano a sette anni nella città in cui è nato, la piccola Severodonezk, centoquarantamila anime nel cuore dell’Ucraina. A dieci anni il piccolo Nikolay si trasferì a Volgograd, in Russia, per seguire il fratello. Otto anni dopo ha ottenuto la nazionalità russa. Intanto a 15 anni aveva preso la decisione di vivere in Germania, dove Eduard lavorava e si era sposato. Nikolay riuscì a vincere anche i dubbi del padre Vladimir e della madre Tatjana: per i genitori, cresciuti nella vecchia Unione Sovietica, era impensabile guadagnarsi da vivere giocando a tennis, considerato fino qualche anno fa uno sport sinonimo di capitalismo. Meglio un lavoro meno remunerativo ma sicuro. Nikolay però la spuntò e partì per la Germania, anche lui figlio di una diaspora che portava tanti suoi connazionali lontani dal paese natale.
“E’ stato un momento di svolta nella mia vita - ha raccontato spesso in passato Nikolay - era un periodo non facile in cui dovevo fare una scelta. Inizialmente per me il tennis era semplicemente un divertimento, come il calcio o l’hockey. A quel punto però dovevo decidere se provare l’avventura a livello professionistico accettando che nella mia giornata non c’era spazio che per il tennis. L’alternativa era lasciar perdere i sogni”. Nikolay i sogni li ha inseguiti e presi al volo.
I suoi idoli sono stati Ivan Lendl e Yannick Noah, due giocatori lontanissimi per caratteristiche, proprio come lui e Safin. “Di Ivan sono diventato tifoso perché ho cominciato a guardare il tennis in tv nel suo periodo d’oro. Noah invece mi ha sempre colpito per lo spettacolo che sapeva regalare in campo”. Parola di Davydenko l’ammazzagrandi.